Mercoledì, 13 Gennaio 2021 16:11

Oggi su "Il Mattino" intervento del direttore Gubitosi: "Le risse tra i giovani e le letture facili di un disagio

È apparso sull'edizione odierna de "Il Mattino" un intervento a firma del direttore di Giffoni Opportunity, Claudio Gubitosi, in relazione ai fenomeni di cronaca che in questi giorni vedono i ragazzi protagonisti e le letture che di queste vicende si fanno nel dibatitto pubblico. Ecco di seguito il testo pubblicato oggi dal quotidiano diretto da Federico Monga.

La "peggio gioventù", quella che, senza ideali e senza sogni, popola i social alla ricerca di un diversivo il più delle volte violento, di qualche ora di ordinaria follia. Questo pare oggi emergere nei talk televisivi, nei dibattiti e nei commenti degli analisti che puntualmente vengono interpellati sul tema. Mi aspettavo questo affollarsi di tesi su quella che si potrebbe definire la generazione sconnessa. Me l’aspettavo già quando, al termine del primo lockdown, ci siamo interrogati su quali effetti psicologici avrebbero patito i nostri ragazzi per aver vissuto per tanti giorni in uno spazio pieno di limiti, con tanto tempo da impegnare, senza avere la possibilità di esprimere pienamente la propria affettività. Gli analisti commentano che la ricerca di violenza è una prevedibile conseguenza della turbolenza di questo periodo, che si manifesta con una socialità anche aggressiva. È evidente la loro condanna senza che ci sia lo sforzo di comprendere.

Ma cosa pretendere da questi ragazzi? C’è una minoranza che esplode di rabbia e fa notizia. C’è una maggioranza che patisce il vuoto di questi mesi, ne ha ereditato lo smarrimento e non trova spazi per esprimersi. Tutti i luoghi della socialità sono ormai interdetti: cinema chiusi, locali, discoteche, teatri, palestre, piscine, campi di calcio, tutto quello che è stato possibile fare, ora è totalmente vietato. Questi ragazzi, la gran parte – non mi riferisco certo alle mele marce - vanno perciò compresi. Anche la politica deve fare la sua parte, non può strumentalizzare i giovani come in certi casi pure è accaduto.

C’è il giudizio, verso questa gioventù, che molte volte è un pregiudizio: in quante occasioni si parla davvero con i giovani, li si ascolta, li si coinvolge? Quasi mai. La loro voce, le loro opinioni, quel che sentono, quel che provano rispetto al mondo degli adulti resta sullo sfondo. A trionfare è l’analisi, spesso precotta.

Se vogliamo una società diversa dobbiamo avere coraggio e dare spazio ai ragazzi. Mi piace far riferimento a Papa Francesco che, con la sua autorevolezza e la sua umanità, ci ha esortati a smetterla di ragionare come singoli, ma a farlo usando il noi. Insegniamo ai giovani, se ne siamo capaci, a rifiutare l’individualismo spinto di questi anni. I ragazzi hanno bisogno di sentirsi italiani in un’Italia che sappia emergere grazie al prestigio della sua storia e del suo ingegno. Hanno bisogno di una politica che sappia essere al passo con i tempi, che elimini le etichette e creda fortemente in loro.

Non ci sto alla logica del tritacarne, quello che spesso il sistema alimenta. Rifiuto, perciò, l’identificazione di un’intera generazione con la ribellione annoiata e senza senso, come pure si sta facendo.

Attenzione, non giustifico le risse, gli episodi di cui in questi giorni stiamo seguendo le cronache. Rispetto a queste vicende, esprimo la mia più totale condanna. Ma, allo stesso tempo, non condivido neppure la lettura che sta emergendo.

Ogni giorno i ragazzi mi scrivono, mi consegnano le loro speranze e i loro sogni, ma anche la disillusione di chi non si sente compreso dagli adulti, di chi non viene mai interpellato per esprimere la propria visione, di chi non si sente rappresentato.

C’è sempre qualcuno che vuol decidere al posto loro, anche quando si decide del loro futuro o si definiscono strumenti utili a costruirlo Dietro c’è una convinzione, non espressa ma radicata, quella secondo la quale questa nuova generazione non avrebbe sostanza a sufficienza per autodeterminarsi.

Niente di più sbagliato.

È vero, ci sono i social che brulicano di vuoto, ma ci sono anche le camerette di questi ragazzi che pulsano di voglia di fare, che palpitano di sogni, che producono idee. È questa la parte buona di una generazione che va letta con gli strumenti della modernità. Certe analisi che si ascoltano nel dibattito pubblico sul tema sono, al contrario, sconsolanti perché evidentemente scollate dalla realtà.

Che fare? Dare la possibilità a questi ragazzi di incidere nei processi decisionali, anche prevedendo forme di rappresentanza oggi non esistenti. Sono in discussione, ad esempio, le risorse europee dedicate proprio alle politiche giovanili e a quelle per il lavoro. Chi decide sa davvero di cosa hanno bisogno i giovani, coloro che dovranno tessere la rete produttiva dei prossimi anni? Chi rappresenta questi ragazzi? Chi si fa carico delle loro aspettative e delle loro esigenze? Ahimè, non ne vedo tanti in giro. È questo il senso di un fallimento, che va denunciato. Tutti a parlare per loro, tutti a decidere cosa è giusto e cosa no, senza mai prestare ascolto a quanto hanno da dire.

La rotta va invertita. Coltiviamo una speranza vera per il futuro che verrà, dando loro voce e fiducia.

Faccio appello a chi deve assumere decisioni. Alla politica, per intenderci. Che la smetta di ripiegarsi su sé stessa in una logica di conservazione insopportabile e che si apra al futuro, mettendo un pezzo di decisione nelle mani di chi è il destinatario di queste scelte, in una visione lunga che sembra mancare e che i ragazzi, se opportunamente stimolati, sanno avere.

Apriamo le nostre menti allo stupore della gioventù e avremo un mondo finalmente migliore.

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