Giovedì, 10 Dicembre 2020 10:08

Ripartire dalla cultura, Gubitosi su "Il Mattino": una nuova stagione per il sistema-Cinema

Sull'edizione nazionale di oggi de "Il Mattino" è stato pubblicato un intervento a firma di Claudio Gubitosi, fondatore e direttore di Giffoni Opportunity

Sull'edizione nazionale di oggi de "Il Mattino" è stato pubblicato un intervento a firma di Claudio Gubitosi, fondatore e direttore di Giffoni Opportunity, nel quale si affronta una riflessione su quello che accadrà e su quello sarebbe auspicabile accadesse quando l'emergenza sanitaria in corso sarà definitivamente superata. In particolare il direttore Gubitosi si sofferma sul compito, delicato ma avvicente, che tocca al mondo della cultura italiana. Ecco il testo integrale dell'intervento apparso oggi su "Il Mattino":

"Nell’aria c’è fame di nuovo. Con un colpo di spugna si vorrebbe cancellare questo 2020. E’ comprensibile. L’animo umano rifiuta il tormento, è la nostra natura, il nostro spirito di sopravvivenza. Come si spiegherebbe altrimenti che una prestigiosa testata quale è il Time abbia dedicato una copertina a questo desiderio di scacciare via i “dodici mesi peggiori di sempre”? E’ plausibile, ma questo 2020 non si dimenticherà facilmente, sarà lenta e faticosa la sua rimozione perché è entrato nelle pieghe del nostro animo. Io ritengo che non per forza dovremmo considerarlo presenza maligna. Questo tempo che stiamo vivendo, per quanto complicato e lacerante, non dobbiamo tradirlo. E non dobbiamo tradire noi stessi. Non dobbiamo, cioè, cadere nella falsa convinzione di poter oltrepassare i nostri personali confini come se niente fosse successo. Perché qualcosa, di straordinario, è successo.

Siamo davvero sicuri che basterà svegliarsi all’alba del nuovo anno per trovarci in un tempo nuovo? Siamo davvero certi che allo scoccare della mezzanotte ci sarà qualcosa ad aspettarci e si paleserà a noi sotto il segno della discontinuità?

Tutti stanno aspettando che quest’anno vada via, ma nessuno si chiede: che cosa troverò dopo? Cosa devo aspettarmi?  O non sono forse io che devo determinare ciò che troverò? O non sono forse proprio io a dover individuare ciò su cui dovrò impegnarmi con passione per arrivare davvero a quel nuovo che tutti vagheggiamo ma che nessuno riesce a percepire nella sua vera essenza?

Intendiamoci: è stato un anno difficile, drammatico. Lo abbiamo vissuto e lo stiamo vivendo giorno per giorno, anche in quella condizione inedita di sospensione che è stato il lockdown, oppure con la precarietà di chi ha dovuto sovvertire abitudini, stili di vita. Credo che tra le tante tragedie a cui abbiamo assistito ci siano state anche tante lezioni che abbiamo ricevuto e che dovremmo riuscire a non disperdere.

Questo 2020 ci ha dato qualcosa in più, ci ha assegnato i compiti a casa, che possono essere semplici se riusciamo ad andare nel nostro profondo oppure difficili se non riusciamo a reagire e ad agire. Dobbiamo essere in grado di rimettere in discussione noi stessi e dobbiamo farlo attraverso la riflessione su quello che abbiamo fatto e siamo stati fino al 2019 e su quello che, al contrario, abbiamo vissuto nel 2020. E’ questa una delle chiavi che ci consentirà di accedere ad una visione diversa di noi stessi, della nostra identità. Un discorso che vale anche e soprattutto per il mondo della cultura a cui voglio rivolgermi.

Chi produce cultura, chi realizza eventi, chi si occupa di arte è chiamato, oggi e non domani, a guardare con rispetto alle macerie, ai morti, ai feriti, alle lacerazioni che ci stiamo portando dentro: niente glamour, niente frivolezze, allontaniamo il superfluo e badiamo all’essenza delle cose, al senso della vita che va valorizzato sempre e comunque.

Noi tutti, però, e non credo di esagerare, abbiamo lo stesso compito a cui sono stati chiamati in questi mesi i medici, gli psicologi, i sociologi, tutti coloro, cioè, che hanno avuto un ruolo nella difficile gestione della pandemia. Tutti coloro che rischiano personalmente e che si impegnano al massimo per salvare una vita umana. Per far respirare. Come abbiamo visto nelle drammatiche immagini che arrivano dalle terapie intensive dei nostri ospedali. Anche noi dobbiamo occuparci di un nuovo respiro, di aria nuova e fresca. Di una nuova stagione che non sia la replica di quanto fatto finora ma rappresenti una novità consapevole, una novità utile. Dobbiamo occuparci di un nuovo pubblico, riappropriarci delle nostre radici, coltivando nella resilienza la rete di relazioni che abbiamo saputo costruire. C’è una parola unica per tutti: innovazione. Questo è il dovere di chi è chiamato a ritrovare nell’arte e nella cultura la nostra essenza. Questo è il nostro compito a casa. Non dobbiamo, perciò, tradire quello che sappiamo di dover fare. E non dobbiamo tradire la nostra storia, quella del nostro Paese che ha accolto da secoli uomini e donne arrivati da ogni parte del mondo per ammirare quell’italico ingegno che ha realizzato opere immortali.

Questa mattina ne discutevo con il professor Domenico De Masi ed il pensiero è andato al 1347, l’anno della peste nera: un terzo della popolazione europea di allora fu sterminato. Parliamo di venti milioni di persone. I quattro quinti degli abitanti della città di Firenze morirono. Eppure non ci si fermò. Firenze, cuore d’Europa, con soli quindicimila abitanti, espresse il Rinascimento. Ci sia di lezione. Possiamo fare lo stesso anche noi oggi, in tutte le espressioni dell’arte e della cultura. Lo dobbiamo fare mettendo in rete le cose belle e buone che siamo capaci di realizzare. Non possiamo abbandonarci alla gradevole ma egoistica solitudine dei numeri primi. La fragilità di tanti monumenti della cultura è ormai svelata a tutti. Dobbiamo aprire bottega e diventare, senza che questa sia considerata una regressione, artigiani della cultura. Proprio come nel Rinascimento le botteghe furono luogo di formazione, in cui circolavano idee e conoscenze. Anche noi dobbiamo aprirci e farlo avendo a riferimento il futuro e quindi i giovani e le loro straordinarie capacità.

 Se si è maestri in grado di abbandonare un po’ di ego e di trasferire formazione e capacità di fare impresa, allora questo è il momento di dimostrarlo. I giovani non possono aspettare e la società che troveremo nel 2021 o non perdonerà chi non ha saputo intercettare questo senso nuovo o non capirà e spazzerà via tutto con furia inaudita Quindi chi può lo faccia subito con una forte dose di umiltà. Essendo anche il decano, quantomeno in Europa, tra i direttori di festival relativamente al cinema, non vivo solo di buone e pie intenzioni, ma agisco. Uno dei primi forti segnali in questo senso sarà la convocazione di tutti gli organizzatori e direttori dei festival piccoli, medi e grandi italiani per un’azione comune, per rafforzare la relazione che c’è tra di noi e creare una politica culturale finalmente condivisa. Il sistema cinematografico, sia italiano che mondiale non gode di buona salute e sta attraversando il periodo più drammatico della sua esistenza. Bisogna, perciò, agire e reagire. E Giffoni lo farà anche questa volta con spirito di servizio e di totale partecipazione.

A Giffoni già da tempo ho affidato il presente ed il futuro di questa grande e bella storia alle nuove generazioni. La bottega di Giffoni sta per accogliere ancora una volta una gioventù ingegnosa e che non aspetta altro che di essere messa alla prova.  Tra due anni l’età media dei 170 organizzatori permanenti sarà di 32 anni. Solo in questo modo l’identità culturale della nostra Regione, la Campania, sarà ancora più forte e ancora più innovativa, inserita a pieno titolo nella grande bellezza italiana. Anzi, potrà diventare modello, punta di diamante, incubatore di opportunità in un’Europa che dall’Italia si aspetta proprio questo.

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