Sabato, 22 Agosto 2020 16:34

La produttrice Antonella Di Nocera protagonista di Giffoni Impact con il cinema del reale

Il cinema vissuto come una folgorazione, dalla visione del film “Il cielo sopra Berlino”, in un’enorme sala di Trieste, da sola, all’età di 16 anni, grazie ad una borsa di studio. Lei, così giovane, con il papà operaio dell’Italsider e la mamma casalinga. “Una pietra miliare, capace di anticipare un tema rivoluzionario. In quel momento ho compreso che il cinema avrebbe coinciso con la mia vita”, dice Antonella Di Nocera, produttrice cinematografica e fondatrice di Parallelo 41 Produzioni. “Io e il Festival siamo coetanei. Come regalo sono riuscita ad essere qui a presentare il mio film indipendente “Rosa Pietra Stella” ricevendo il premio #Giffoni50”, aggiunge durante Giffoni Impact.

Una lectio sulla cinematografia, che racconta la sua poetica estetica, dal titolo “Le cose belle - Tra cinema e realtà”, contraria al “Camorra style”: “Sono orgogliosa di non aver fatto un film sugli stereotipi di Napoli. Si dovrebbe produrre molto più cinema fatto da campani, da registi del sud. L’economia del cinema in Regione è fragile: usano le nostre storie, i nostri drammi, i nostri attori e li mettono in scena. Produzioni esterne, a Napoli non resta niente”. Oltre due ore di confronto con i giffoner, introdotti dal direttore di Giffoni Opportunity, Claudio Gubitosi: “Un altro esempio di vita, di chi ha deciso di fare cose in luoghi più complicati, come Ponticelli, quartiere di Napoli, città di riferimento tra bellezze e complessità. Ero conquistato dall’impegno civile di Antonella. È resistenza culturale”. Sullo sfondo la periferia di Ponticelli, quartiere di Napoli con 60mila abitanti, tra contesti che scorrono attraverso i trailer dei vari docu-film proiettati, tra cui “La cosa Bella”: 90minuti tratti da 300 ore di riprese a 10 anni di distanza.

Fare cinema di realtà, che racconta la vita vera. Film scritti con la realtà”, insiste Di Nocera, mentre descrive la sua ricerca estetica che si fonda sull’idea di prendere pezzi di vita, da cui bnasce anche la scuola di cinema del reale, la Filmap, tra laboratori con le scuole Movielab e l’atelier, con corso di scrittura e produzione. “Storie vere. Non ho mai abbandonato Ponticelli – afferma – Come si sceglie cosa mettere nel montaggio? In genere la drammaturgia del film è un copione scritto, ma nel cinema della realtà nessuna scena girata è stata pensata. Abbiamo girato seguendo le vite ordinarie, diventate parte di un film. La vita dei protagonisti non è cambiata, si è trasformata la loro consapevolezza, rappresentati come in uno specchio. Nessuna scrittura, la loro vita messa nel film. Fondamentale è il ruolo del direttore della fotografia: è lui che ha la telecamera e decide di lasciarla accesa, di non tremare, di mantenere il fuoco, la luce, il campo. Talento e tecnica, oltre la capacità di emozionarsi”.

È l’urgenza dell’artista di raccontare. “A 50 anni ho capito che alcune vite li cambi solo se le porti via da alcuni luoghi. Ho creduto molto che le persone possano cambiare l’ambiente, ma non basta, se non è il sistema della politica a decidere una direzione unica, per trasformare tutte le periferie urbane “scamazzate” delle grandi città”. I trailer descrivono scelte che calpestano il senso di identità dei luoghi e il suo diventa un appello alla politica e al rischio del crollo della rappresentanza: “Tutte le periferie sono simili tra di loro – aggiunge – Chi governa è responsabile delle scelte. La funzione politica è vista come facile comunicazione, senza valori, legata alle sensazioni. Il rischio è grosso se si sceglie in questo modo. I costi della politica sono molto più alti quando si fanno scelte sbagliate”. Quello sguardo di periferia che penetra nella vita, così trasversale e l’invito ai giffoner “a trovare quello stesso sguardo, imparando a vedere le cose di lato, da prospettive differenti, guardando attraverso e non dentro”.

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