Domenica, 21 Luglio 2019 12:35

Estro artistico e proporzioni matematiche: lo sceneggiatore Andrea Jublin si racconta ai masterclassers Cult

Diploma alla Scuola di Recitazione del Teatro Stabile di Genova, corsi di sceneggiatura della Rai, una candidatura agli Oscar per il miglior cortometraggio “Il Supplente” e una al David di Donatello grazie al lungometraggio “Banana”. Questi sono solo alcuni dei momenti cardine della carriera di Andrea Jublin, sceneggiatore, regista e insegnante, impegnato questa mattina con i masterclassers Cult del Giffoni 2019.

“Non potevo sperare di meglio: i ragazzi sono preparati e competenti”, ha chiarito in maniera entusiasta Andrea Jublin, docente della scuola Holden di Torino. “Insieme a loro ho scelto di ripercorrere le fasi salienti che conducono alla costruzione di una storia. Partiti dalla classica tripartizione di natura aristotelica, ho ritenuto utile ideare un percorso immaginario con al centro la figura dell’eroe a cui si contrappongono e affiancano elementi capaci di arricchirlo o frenarlo”. 

Un corollario di elementi che sappiano trasformare una sceneggiatura in una storia capace di accogliere vecchi e nuovi elementi: “Affinché vi sia del grande cinema, la sceneggiatura deve saper far ricorso alle profondità radicate nel quotidiano collettivo. Gli elementi fondanti della narrazione devono riuscire a toccare corde comuni al maggior numero possibile di spettatori. Non è un caso, difatti, che si pensi che la miglior ispirazione per un buon sceneggiatore sia semplicemente la varietà umana. Affinché si evincano elementi nuovi, di rottura, invece, è fondamentale che lo spettatore avverta la storia come un’esigenza, una propagazione necessaria dello sceneggiatore utile a creare un ponte di congiunzione tra chi ha dato forma ai personaggio e chi ha scelto di accoglierlo”, ha proseguito Jublin. 

Un equilibrio costante tra elementi apparentemente opposti che, se sapientemente miscelati, restituiscono la trama di opere destinate a restare nella storia del costume popolare: “Una buona sceneggiatura si compone per metà di quote perfette, a tratti ingegneristiche. Componenti dalla misura esatta, che devono possedere imprescindibilmente quei caratteri, a cui però è necessario affiancare una restante parte che sia figlia dell’estro e del genio del momento. Quest’ultimo aspetto, affinché sia ancora più dirompente, deve necessariamente raccogliere a piene mani nel pensiero che lo sceneggiatore ha maturato della sua porzione di mondo”, ha concluso Jublin. 

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