STANDING TALL

Category: Edizione 2015

Sinossi
Malony, abbandonato dalla madre all’età di sei anni, entra ed esce ininterrottamente dalle aule del tribunale dei minori, ma allo stesso tempo, intorno a questo giovane problematico, cresce una sorta di famiglia adottiva, formata da Florence, una giudice sulla soglia del pensionamento specializzata nei casi riguardanti i minorenni, e Yann, un assistente sociale che è a sua volta sopravvissuto a un’infanzia molto difficile. I due adulti seguono il percorso del ragazzo e cercano in tutti i modi di salvarlo dalla perdizione. Malony viene poi mandato in un centro educativo molto rigido, dove fa la conoscenza di Tess, una ragazza veramente speciale, dalla quale il giovane vedrà sprigionarsi un nuovo barlume di speranza.

Titolo Originale LA TÊTE HAUTE
Categoria In concorso
Sezione Generator +16
Tipologia Lungometraggio
Anno di Produzione 2015
Durata 119'
Nazionalità Francia
Regia di Emmanuelle Bercot
Sceneggiatura Emmanuelle Bercot, Marcia Romano
Fotografia Guillaume Schiffman
Montaggio Julien Leloup
Scenografia Éric Barboza
Costumi Pascaline Chavanne
Suono Pierre André
Musiche Éric Neveux
Interpreti principali Catherine Deneuve (Florence)
Rod Paradot (Malony)
Benoît Magimel (Yann)
Sara Forestier (Séverine)
Diane Rouxel (Tess)
Elizabeth Mazev (Claudine)
Prodotto da François Kraus, Denis Pineau-Valencienne

Bercot reg OKEmmanuelle Bercot
Nata nel 1967 a Parigi. È regista, sceneggiatrice e attrice. Ha studiato all’École du spectacle, al Cours Florent e alla scuola di cinema La Fémis. Come attrice, ha lavorato per registi come Claude Miller, Bertrand Tavernier, Claude Lelouch, Olivier Assayas. Come regista, ha diretto diversi cortometraggi, tra cui LES VACANCES (1997, che ha ricevuto il premio della giuria per il miglior cortometraggio al Festival di Cannes 1997), e i lungometraggi CLÉMENT (2001), BACKSTAGE (2005), ON MY WAY (ELLE S’EN VA, 2013). STANDING TALL è stato il film d’apertura del Festival di Cannes 2015, dove Emmanuelle Bercot ha vinto il premio (ex aequo) come miglior attrice per il film MON ROI, di Maïwenn.

Dichiarazioni della regista
“La mia idea di partenza era quella di fare un film sul sistema di assistenza che ruota attorno all’infanzia, ma quando ho avuto quell’idea sapevo poco di questo tipo di lavoro. Sono stati gli anni di ricerca da me compiuta prima di girare questo film che mi hanno permesso di capire quanta tensione vivano coloro che lavorano in questo ambiente, quanta abnegazione, quanta pazienza e quanta capacità di non arrendersi infondano nel loro compito. In realtà, il vero punto di partenza del film è radicato in circostanze molto precise. Ho uno zio che è un educatore e, quando ero piccola, gli feci visita un’estate in Bretagna, dove si occupava di un campo per giovani delinquenti. Uno di loro era addirittura un bambino. Da bimba proveniente da un ambiente benestante, abbiente e decoroso, ero affascinata dal comportamento di questi ragazzi che non erano stati fortunati come me, ero incuriosita dalla loro insolenza, dalla loro ribellione contro l'autorità e contro le convenzioni sociali. Allo stesso tempo, ero catturata dal lavoro svolto da mio zio e dagli altri educatori per rimettere i ragazzi sulla strada giusta, come si usa dire, per educarli, per insegnare loro ad amare se stessi e ad amare gli altri, per mostrare rispetto verso gli altri ma, prima di tutto, per avere rispetto verso se stessi. Questo ricordo è rimasto sempre molto presente nella mia mente, tanto che da ragazza volevo diventare un giudice minorile, e ho finito per farne un film.

“La prima cosa che ho fatto è stata quella di passare del tempo con mio zio. Gli ho chiesto di parlarmi della sua esperienza di educatore. Lui mi ha presentato a un altro educatore e a un giudice minorile di Valencia. Ho avuto così l’opportunità di assistere alle udienze in tribunale, ho trascorso del tempo in un centro di detenzione minorile, ho letto tantissimi libri sul tema, ho visto tutti i servizi giornalistici e i documentari sulla questione che sono riuscita a trovare, e ho preso molti appunti. Questo approccio iniziale è stato profondamente sconvolgente e terrificante. Come non provare compassione e comprensione per questi ragazzi che sono stati danneggiati da terribili drammi familiari, dalla povertà e spesso dall’abdicazione dei genitori alle proprie responsabilità, e poi da carenze del sistema scolastico, e dalla devastante assenza d’amore che li abbandona a loro stessi, senza valori, senza speranza, senza prospettive per il futuro, alla deriva, trascinati in una spirale che solo gli educatori e i giudici possono contribuire a fermare? E come si può non ammirare l’energia, la dedizione e la pazienza che gli educatori e i giudici mettono nel cercare di tirare questi giovani fuori dal baratro, a tutti i costi, nonostante gli ostacoli, l’ingratitudine, la crudeltà e i loro miseri stipendi, per offrire semplicemente a questi ragazzi l’attenzione di cui hanno disperatamente bisogno?

“Come si può salvare la società se non attraverso l’educazione, nel senso più largo del termine? La giustizia minorile si basa sull’idea che niente sia già stato totalmente scritto per un ragazzo, e che attraverso i programmi di educazione e di sostegno si possa arrestare il crollo. Come si può fare tutto questo senza arrendersi, dal momento che i risultati, se si raggiungono, sono lenti da ottenere? Il film parla proprio di questo.

“Mio zio è stato molto legato a un giovane delinquente di cui si era occupato per diversi anni, insieme a un giudice minorile, una donna, che stava per andare in pensione. Mi sono ispirata direttamente a quella storia. Il ragazzo si era attaccato tanto a mio zio quanto al giudice. Mio zio mi ha raccontato di aver detto un giorno al giudice: ‘Per lui, tu sei sua madre e io sono suo padre’. Lei ha risposto: ‘No, tu sei sua madre e io sono suo padre’. Da allora ho deciso che il giudice del mio film sarebbe stato una donna e che doveva essere Catherine Deneuve, che ha interpretato il ruolo.

“Il contributo della sceneggiatrice Marcia Romano ha reso il film ciò che è oggi. Ero molto legata a questa idea del trio di personaggi – l’educatore, il giudice e il delinquente – ma in un primo momento avevo immaginato una trama più romantica, più fittizia, più frammentata. Nella mia mente, il film doveva anche seguire il ragazzo nei suoi reati. Marcia Romano mi ha convinto a lasciarli fuori dal film, fondando la struttura narrativa su una concezione radicale, ponendo il massimo dell’attenzione sul processo educativo, mantenendo il più possibile tutto all’interno delle varie istituzioni di assistenza che un delinquente minorenne incontra lungo la sua strada. Così l’azione si svolge perlopiù in interni, in casa, negli uffici. È così che il film ha trovato la sua giusta direzione e quel che lo ha reso ciò che è oggi. Tutto questo ha naturalmente sollevato altri problemi di drammatizzazione, e altre sfide, perché, nel cercare di non annoiare gli spettatori, era importante trasmettere la tensione di questi incontri faccia a faccia, di queste udienze nel corso delle quali la bilancia può pendere ogni volta da una parte o dall’altra. Questo ha reso tutto ancora più emozionante”.

produzione
Les Films du Kiosque
23 rue des Lombards, 75004 Paris - France
phone +33 140298888
fax +33 140298889
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www.filmsdukiosque.fr

distribuzione internazionale
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Elle Driver
66 rue de Miromesnil, 75008 Paris - France
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fax +33 145614608
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distribuzione italiana
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Officine UBU s.r.l.
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